Wtm, il summit dei ministri dà lezione di crisis management

Wtm, il summit dei ministri dà lezione di crisis management
10 novembre 12:29 2016 Stampa questo articolo

E se fosse tutto un problema di comunicazione? Con il terrorismo e la paura di viaggiare di questi anni non si può fare altro che imparare a convivere, ma l’industria del turismo continua a non essere preparata ad affrontare shock e catastrofi improvvise. Il monito arriva dal Ministers’ Summit svoltosi all’interno di Wtm Londra, l’annuale convegno giunto ormai alla decima edizione che ogni anno riunisce ministri e responsabili del turismo di tutto il mondo.
Quest’anno il tema affrontato riguardava le conseguenze sui viaggi di tutto ciò che va sotto il nome di terrorismo e crisi di varia natura. Obiettivo: considerando che proprio il travel ha una componente “immateriale” non da poco, come è possibile fare fronte a rischi oggettivi e soggettivi, dovuti alla percezione di chi deve mettersi in viaggio?

«Dobbiamo essere capaci di lavorare insieme, governi, associazioni e operatori per costruire un modello di sicurezza valido in tutto il mondo», ha avvertito Taleb Rifai, segretario generale di Unwto, ma non solo. «Tutto questo però non basta, se non impariamo a relazionarci nel modo giusto con i media, per veicolare i giusti messaggi quando si verifica qualcosa di negativo in giro per il mondo. E soprattutto dobbiamo essere pronti a reagire in modo rapido, senza permettere che la paura prenda il sopravvento».

Eppure, nonostante tutto quello che è accaduto, l’industria del travel è l’unica che è stata capace di crescere ininterrottamente negli ultimi sette anni, cosa che non hanno fatto né il settore dell’automotive né altri. Nei primi nove mesi di quest’anno – sono questi i dati diramati da Unwto – il turismo mondiale è cresciuto del 4%, toccando 956milioni di turisti internazionali in viaggio, ovvero 34 milioni in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Il problema, però, è come “controllare” chi si sposta da un capo all’altro del globo. Secondo l’ultimo Visa Openness Report di Unwto, la quota di turisti che richiede un visto tradizionale prima di partire continua a diminuire: nel 2015, la percentuale di persone che poteva viaggiare con il classico visa è stata del 39%, contro il 23% del 2008.

Attenzione, però perché «tra le misure prese recentemente per facilitare la sicurezza degli spostamenti, quella che ha portato più benefici sia ai viaggiatori che ai controlli sono stati gli e-visa», ha sottolineato David Scowsill, president e ceo di World Travel & Tourism Council (Wttc).

E a preoccupare i partecipanti del summit, perlomeno quelli di provenienza anglosassone (ma senza dirlo troppo apertamente), sono arrivati anche i risultati delle elezioni americane. «La vittoria di Trump rappresenta un massiccio rigetto di tutto l’establishment di Washington», ha detto moderando il meeting Becky Anderson, managing editor & anchor di CNN International. «Il futuro è imprevedibile, proprio come dopo il voto pro-Brexit». Ma quel che è certo è, che Trump o no, si continuerà a viaggiare.

Perché, «è meno probabile rimanere coinvolti in un attentato in Turchia che in un incidente a bordo di un auto che va in aeroporto». Parola di Fritz Joussen, ceo di Tui Group.

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Giorgio Maggi
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