Viaggio tra le miniere dell’altra Sardegna

21 giugno 07:00 2018 Stampa questo articolo

«Siamo vicini alla galleria! Perché non andiamo a vedere? – Andiamoci! Girarono oltre la siepe di salici e sambuchi, scavalcarono un muretto, oltrepassarono il torrente camminando sui sassi scuri che emergevano dall’acqua e si inoltrarono in un boschetto di eucalipti attraverso un sottobosco di felci fino all’ingresso della grotta».

Le parole di Giuseppe Dessì in “Paese d’ombre” (premio Strega 1972), sono la migliore introduzione al “test tour” che il Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna, con il suo fulcro nel Sulcis-Iglesiente, ha organizzato con Legambiente per verificare i punti di forza e debolezza di un territorio fortemente diversificato e ricco di eccellenze culturali, ambientali e paesaggistiche uniche nel bacino del Mediterraneo. Il panorama è impressionante: 3500 km2, 8 aree geografiche, 87 comuni e 63 miniere in un territorio con più o meno 8mila anni di storia mineraria e inserito dal 2007 nella rete dei Geoparchi mondiali Unesco, 10 in Italia, 127 nel mondo.

«Il rilancio del Parco parte proprio dal riconoscimento Unesco», spiega il direttore Ciro Pignatelli. I Geoparchi sono soggetti a un riesame periodico del loro funzionamento e della loro qualità. L’obiettivo è proteggere la geodiversità con misure che coinvolgano le comunità locali nel promuovere le migliori pratiche di conservazione, educazione, divulgazione e fruizione anche turistica di questo patrimonio immenso con interventi mirati e condivisi.

C’è chi sostiene che la Sardegna sia la mitica Atlantide. In effetti le peculiarità geologiche e biologiche emergono piano piano dalle spiegazioni ricevute sottoterra direttamente dai minatori di Montecchio, Carbonia e Porto Flavia. I tratti visitabili e bene attrezzati di quelle migliaia di chilometri di gallerie scavate negli ultimi due secoli, rivelano anche al visitatore meno esperto le caratteristiche di un continente piccolo, ma completo. «Un viaggio spazio-temporale a tutti gli effetti», sottolinea lo speleologo Ubaldo Sanna che ci guida attraverso le ere geologiche lungo il percorso delle Grotte di Su Mannau: 540 milioni di anni in 8 km.

Ma non è tutto. Le doverose tappe nei ristoranti e birrifici nati negli edifici dismessi delle miniere che si alternano ai castelli di quel Conte Ugolino di dantesca memoria che qui fece la sua fortuna, ma che in patria fu costretto a ben altri banchetti, svelano ricette che testimoniano la straordinaria ricchezza della filiera agroalimentare.

Che genere di turismo quindi? «Certamente quello legato all’archeologia industriale è il punto di partenza da cui non si può prescindere». Le parole del sindaco-pioniere di Narcao Gianfranco Tunis hanno un peso importante. La miniera di Rosas, chiusa nel 1980, è stata infatti tra le prime a essere recuperate a fini archeologici e turistici e oggi la piccola frazione impiega 34 persone con una media di 10mila visitatori l’anno.

Ma è proprio la “possibilità di diversificare” il valore aggiunto che questo territorio offre rispetto ai modelli già sperimentati con successo nel centro e nord Europa: dal Bacino della Ruhr alle miniere norvegesi della più piccola Røros (patrimonio Unesco) descritta nell’opera letteraria di Johan Peter Falkberget.

Il presidente del Parco, Tarcisio Agus, sottolinea come la memoria di generazioni di minatori documentata nei musei del territorio si sovrappongono qui a elementi ambientali e culturali unici che il Parco sta facendo conoscere con un programma di sensibilizzazione a favore della popolazione e dei visitatori anche nell’ambito delle attività della Rete Internazionale dei Geoparchi.

«Una conoscenza che non può prescindere dalle opere di bonifica ancora necessarie, ma inserite nel programma di recupero ambientale», spiega Alessandro Abis, coordinatore regionale dell’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche, durante un percorso in mountain bike tra le vallate, i villaggi e i boschi che portano dalle miniere di Montevecchio alle spiagge bianche di Piscinas.

In linea con il piano strategico “Destinazione Sardegna 2018-2021”, l’assessore al Turismo della Regione Barbara Argiolas conferma  la determinazione a non seguire una facile azione speculativa, ma agire per attrarre investimenti di sistema mirati al recupero e alla riconversione di parte delle strutture industriali «con il programma triennale già avviato e le cui parole chiave sono internazionalizzazione, infrastrutture, formazione, innovazione, sostenibilità, destagionalizzazione e rinnovamento».

Malgrado le difficoltà degli anni passati, le idee si stanno trasformando in realtà e il ricordo doveroso delle vite di chi ha contribuito a realizzare in silenzio la prima grande industrializzazione dell’Italia postunitaria si associa oggi a una prospettiva di crescita integrata forse senza precedenti. Se è vero che il turismo è il nostro petrolio, qui non c’è davvero bisogno di scavare: non più.

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Stanislao De Marsanich
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