Viaggi d’affari e Paesi a rischio: i timori dei businessman

Viaggi d’affari e Paesi a rischio: i timori dei businessman
19 marzo 12:22 2019 Stampa questo articolo

Per il turismo d’affari, quello dei viaggi nei Paesi a rischio è un tema sempre più delicato, dove l’informazione preventiva dei governi e la massima tutela delle aziende vengono posti in cima alle priorità dei viaggiatori.

Secondo una ricerca di Sap Concur, infatti, ben il 50% dei business traveller italiani e di quelli europei prenderebbe in considerazione l’idea di non partire per destinazioni considerate pericolose sulla base della loro percezione del luogo o delle linee guida definite dai loro governi. Inoltre, il 19% a livello italiano e il 17,6% a livello europeo afferma di essersi trovato molto vicino a una situazione critica negli ultimi 12 mesi durante un proprio viaggio d’affari.

Dalla ricerca Concur Locate Research, che ha analizzato le abitudini di viaggio di 1.050 businessman italiani e 7.395 europei, nel corso dell’ultimo anno emerge che se gli avvertimenti dei ministeri del Turismo d’Europa venissero presi alla lettera, questo denoterebbe una situazione molto preoccupante per i business traveller su scala globale. Si evidenziano, ad esempio, diversi pericoli in Turchia, dai disastri naturali al furto di passaporti; mentre i viaggiatori diretti in Cina vengono messi in guardia per le controversie commerciali che possono portare all’arresto. Ma la lista dei Paesi a rischio è lunga e comprende le più disparate situazioni-limite che possono implementare spese senza controllo.

Ma la preoccupazione che tocca i viaggi d’affari, si può facilmente spiegare se si tiene conto che in Italia un business traveller su cinque (il 21,5%) ritiene che il proprio datore di lavoro non sarebbe in grado di fornire alcun supporto in caso di grave pericolo. Le organizzazioni non sarebbero in grado, secondo gli intervistati, di comunicare in modo tempestivo in situazioni di pericolo o riportare in patria i propri dipendenti.

E i risultati della ricerca sono un’ulteriore prova che i datori di lavoro devono sempre più assicurare di applicare le migliori procedure di sicurezza possibili per i propri dipendenti. In caso di fallimento dei doveri di diligenza imposta alle organizzazioni si avrebbero ripercussioni sia nell’attrarre che nel trattenere i talenti all’interno delle aziende. Ovviamente un ruolo decisivo viene svolto anche dagli operatori turistici specializzati in business travel, che devono costantemente relazionarsi con le aziende anche in tema di sicurezza e tutela dei viaggiatori d’affari.

Di particolare importanza, in tale contesto, c’è il fatto che la ricerca rilevi come in Europa i datori di lavoro stiano dimostrando una crescita di interesse al tema della sicurezza: il 39,4% dei  viaggiatori italiani interpellati ritiene che la loro società si stia impegnando in modo serio verso un miglioramento delle proprie policy in materia di viaggi di lavoro; anche se il 22% ritiene che la propria organizzazione si mantenga ancora neutrale sul tema.

«Senza le giuste tecnologie – ha commentato Massimo Tripodi, country manager di Sap Concur Italia – Le organizzazioni lascerebbero i loro dipendenti completamente alla cieca mentre sono in viaggio all’estero, senza sapere dove siano in un determinato momento. C’è bisogno di una soluzione che riesca ad avere traccia delle eventuali minacce e che permetta loro di localizzare, contattare e offrire assistenza ai loro dipendenti in caso di situazioni pericolose, che si tratti di una perdita del passaporto, un’emergenza sanitaria o fatti gravi come disastri naturali».

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