Tourist tax in Europa: dove, come, quanto

by Andrea Lovelock | 30 aprile 2019 7:00

Paese che vai, imposta di soggiorno che trovi. Il balzello, da tempo al centro di vivaci polemiche in Italia, è ormai una consuetudine in diversi Paesi europei, in buona parte nostri competitor.

In Francia viene riscossa direttamente dai singoli Comuni per essere utilizzata sul territorio a seconda delle necessità, e comunque a beneficio della collettività. L’incasso dello scorso anno ha toccato 365 milioni di euro. In Spagna, invece, la tassa è adottata a macchia di leopardo: solo la Catalogna e le Baleari, dal 2012, applicano un supplemento che varia tra 0,5 e 2,5 euro a turista-ospite per notte, a seconda della categoria dell’hotel in cui si soggiorna. Particolarità non certo marginale è che viene richiesta anche alle navi da crociera che attraccano in un porto della regione per più di 12 ore.

Restano esclusi dal pagamento solo i bambini e ragazzi al di sotto dei 16 anni. Ogni anno, al turismo catalano frutta intorno ai 130 milioni di euro. Il medesimo meccanismo viene adottato alle Baleari. La destinazione d’uso di questi incassi, in entrambi i territori iberici, va dalla promozione del territorio al miglioramento dei prodotti turistici, dall’ottimizzazione dei servizi di ispezione e di controllo sugli stabilimenti e le strutture allo sviluppo delle infrastrutture legate al turismo.

In controtendenza rispetto ai principali Paesi europei c’è la Gran Bretagna, dove non è applicata alcuna imposta di soggiorno. In tempi di Brexit si tratta di una delle componenti più confortanti a favore del turismo in entrata. Il pernottamento non è tassato neanche in Irlanda, Malta e in Portogallo. Nessuna gabella neanche in Estonia e Finlandia.

Al contrario, in Austria la tassa di soggiorno è prassi consolidata da almeno sei anni e ogni Land ha la piena autonomia per la gestione e destinazione d’uso: a Vienna, ad esempio, l’intero incasso viene trasferito al Tourist Office per promozione, infrastrutture e servizi agli ospiti con un importo che lo scorso anno ha toccato i 32 milioni di euro.

In Germania la questione è più articolata, anche se il parametro di riferimento prevede un’incidenza del 5% sul valore del soggiorno prenotato dal turista. Analogo meccanismo lo troviamo in Olanda dove il balzello è applicato a ogni ospite nella misura del 5% dell’importo pagato per il soggiorno alberghiero.

In Croazia, invece, la tassa di soggiorno viene declinata a seconda della categoria dell’albergo, della stagionalità e del rating delle città in termini di attrattività turistica: si va da 0,27 euro a circa 1 euro a persona per ogni pernottamento, mentre i bambini fino a 12 anni ne sono esenti, e sono previste anche agevolazioni per studenti, per turisti con disabilità e per i loro accompagnatori. Lo scorso anno l’incasso complessivo è stato di quasi 73 milioni di euro.

Completa il quadro la Svizzera, dove vengono rispettate le autonomie dei vari cantoni, ma sulla “tourist tax” una specifica legge federale ne delimita la destinazione d’uso, recitando testualmente che “la tassa può essere utilizzata esclusivamente per finanziare le infrastrutture turistiche, l’assistenza al turista, l’informazione e l’animazione”. La gabella è prevista per alberghi, case-vacanza e anche per appartamenti grazie a un recente accordo con Airbnb. L’importo pagato varia da città a città, ma è comunque calcolato a notte e l’incasso complessivo nel 2017 si è attestato sui 16 milioni di franchi svizzeri, ossia 14 milioni di euro.

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