Tamburi-Bonomi, destini incrociati
nella battaglia del tour operating

Tamburi-Bonomi, destini incrociati<br> nella battaglia del tour operating
04 Maggio 14:12 2018 Stampa questo articolo

Uno è stato di parola, l’altro (un po’) meno. Tra Giovanni Tamburi e Andrea Bonomi, quello che si sta consumando negli ultimi mesi nel mondo del tour operating tricolore, lascia sul campo, oltre ad acquisizioni, consolidamenti e passaggi di proprietà dei villaggi, anche le vicende opposte di due uomini della finanza che hanno sempre creduto nella necessità di investire nel turismo made in Italy.

«È il momento dell’Italia. Gli investitori non temono le prossime elezioni», diceva a La Stampa lo scorso 12 gennaio Bonomi non escludendo per la sua Investindustrial nuovi investimenti italiani. «Già oggi 1,9 miliardi, pressappoco il 40%, degli oltre 5 miliardi di investimenti che abbiamo, sono in Italia. Continuiamo a essere interessati. Facciamo 3 o 4 investimenti l’anno e nel 2018 speriamo che due saranno in Italia. Sono tanti i settori che necessitano di ristrutturazione. In Italia c’è una frammentazione eccessiva delle imprese. Il design ci interessa molto. E poi l’industria».

Non ci sarebbe dunque ancora il turismo nei progetti dell’enfant prodige della finanza italiana, dopo che la scommessa Valtur si sta chiudendo nel modo in cui tutti sanno; tra liquidazione della società, vendita del marchio, licenziamenti del personale e strascichi giudiziari con la vecchia proprietà di Franjo Ljuljdjuraj. Eppure, l’avventura era iniziata solo nel 2016 – con 100 milioni di euro per il 90% del capitale del t.o. – per quello, che a parole doveva essere «il primo passo di un progetto finalizzato alla creazione di un polo turistico, attivo nella gestione di resort leader nell’area del Mediterraneo», come il Tanka Village di Villasimius, ora gestito dalla VoiHotels di Alpitour. Un progetto ambizioso, che veniva dopo lo smacco subito da Bonomi nella scalata a Club Med al termine di una battaglia durata due anni dentro e fuori la Borsa di Parigi. A spuntarla, alla fine, fu il boss del Club Henri Giscard d’Estaing, che riuscì a consolidare la sua posizione all’interno dell’azienda transalpina grazie all’alleanza con i cinesi del colosso Fosun, nuovi proprietari del t.o. francese.

Risale più o meno alle stesse settimane, alla fine di dicembre per l’esattezza, anche una delle ultime dichiarazioni in tempi non sospetti di Giovanni Tamburi, fondatore e amministratore delegato di Tamburi Investment Partners, oggi primo investitore di Alpitour. «L’Italia sta riscoprendo il gusto di investire e in giro c’è molta liquidità», raccontava il manager a FirstOnline, portale di economia, finanza e borsa, sottolineando come i dossier sul tavolo del fondo fossero all’epoca una trentina. «Non solo Alpitour o Eataly che s’avviano a essere protagoniste in settori in cui l’Italia è leader o può esserlo», aveva aggiunto.

Come, poi, le cose sono andate a finire si è visto, con la salita di Tip, attraverso Asset Italia 1, a circa il 73% nel capitale del Gruppo torinese e la prospettiva con la nuova Alpiholding di portarlo a Piazza Affari. «Quest’operazione è al servizio di una strategia di sviluppo», ha detto a La Stampa Tamburi, sottolineando come il timing della quotazione dipenderà dai tempi necessari per integrare Eden Travel Group all’interno del polo guidato da Gabriele Burgio.

L'Autore

Giorgio Maggi
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