Occidentali’s Karma in India tra meditazione e ayurveda

27 Settembre 07:00 2017 Stampa questo articolo

Il respiro rallenta, raccoglie gli umori e sprofonda. La mente si fa leggera, allontana i pensieri che, come bolle di sapone che esplodono silenziose, escono fuori da te ed entrano nel mondo. Oltre questa ebbrezza c’è la città di Lucknow, l’India, una pioggia insistente che prepara i monsoni e 50mila persone raccolte nel silenzio dell’alba, tra materassini di gomma di ogni colore. È il 21 giugno 2017 e si celebra la terza giornata internazionale dello Yoga con il primo ministro, Narendra Modi, che ha svolto i suoi 20 minuti di esercizio tra bombe d’acqua, liceali febbrili, giornaliste russe esperte di ayurveda e volti antichi di praticanti giapponesi. Parte da Lucknow un circuito del wellness nell’India meno conosciuta, dove Oriente e Occidente si cercano e contaminano, tra centri olistici e rovine musulmane, templi indiani e università del benessere.

Perché, la leggenda dice che “il viaggiatore lascia Lucknow con più fortuna di quando è partito”, racconta in estasi Shahid, guida del Bara Imambara, mausoleo moghul e labirinto magico di cunicoli, scale, volte e nicchie. Fuori, adesso, il caldo è rovente e ombre di uomini salgono verso la moschea di Asafi attraverso quattro ampi giardini fioriti come parchi inglesi. Poco fuori la città sorge La Martiniére, stile gotico tra le palme per quello che era il miglior college d’India dove i coloni inglesi dell’800 mandavano a studiare i loro figli. È qui dove Kim, piccolo protagonista dell’omonimo romanzo di Kipling, tornava sempre dal suo continuo vagare per apprendere le arti e la guerra, la medicina e la violenza.

All’imbrunire il rientro nella città vecchia profuma di masala chai, il té nero che si unisce allo zenzero, al cardamomo e alla cannella. Anestetizza il palato o lo risveglia: punti di vista. Sepia è un ristorante elegante che serve i tipici kebab della cucina Awadhi, il medioriente che incontra i sapori del Kashmir tra mango verde , chiodi di garofano, yogurt e carne d’agnello tenerissima.

L’ennesimo sorso di masala chai è utile per sorvolare mezzo subcontinente fino a Sud, nel Karnataka, e farsi abbracciare dalla caotica Bangalore, città di startup e tecnologia, Silicon Valley dell’India, alveare di tendenze e vita notturna. Il luogo meno adatto, forse, per cercare la pace interiore. Eppure ai suoi bordi fioriscono due monumenti del turismo wellness.

Il Vivekananda Kendra è un campus universitario a nord della città, che applica la terapia dello yoga alla medicina più occidentale per curare i malanni dello spirito e del corpo (dal diabete ai disturbi del sonno). Gruppi di studenti e dottori passeggiano nel parco della cittadella, tra gli alberi sacri Banyan sorvolati dalle Nettarinie e i loro piumaggi azzurri, rossi e verdi.

Tutti indossano i bianchissimi Khadi, tipico sari adottato da Gandhi come simbolo di libertà. A est, invece, Soukya è uno dei migliori centri ayurvedici di tutta l’India. Dalla consorte del principe Carlo d’Inghilterra, Camilla Shand, a Sarah Ferguson e Desmod Tutu, hanno scelto tutti il programma Panchakarma e la terapia olistica del dottor Issac Mathai.

L’oasi coniunga l’eco-chic ai prodotti biologici di lusso, sia per la cucina che per il corpo, in un’atmosfera da giardino dell’Eden dove i trattamenti completi da 21 giorni partono dai 10mila euro a persona, compresa l’ospitalità e le sessioni di yoga. Per chi si accontenta, invece, Soukya produce – nel suo orto privato con laboratorio – creme, scrub, dentifrici, incensi, saponi e olii naturali  a prezzi competitivi con qualsiasi discount.

La sera è un ritorno al traffico a spirale della megalopoli, i clacson che si levano come canti stonati e assordanti al cielo, i rickshaw che si spremono tra l’asfalto, le auto e i venditori di noccioline. E il respiro si fa affannoso e sa di carbonio, mentre la quiete lascia il posto al ronzio nelle orecchie, i profumi del panipur fritto per le strade.

Pub e gelati, jeans e minigonne sbucano all’improvviso, mentre sull’altro lato del chowk – il centro città – il mercato come una discoteca resta aperto fino a notte fonda e si scorgono gli occhi sottili dei mercanti di gioelli, gli ululati allegri di quelli della seta. Al Nagarjuna Andhra Style ci si perde con le mani sulle foglie di banano ad assaggiare il pollo con riso, spinaci, banane fritte e un mix di spezie e verdure che superano i confini tra dolce e piccante, circondato da tavoli di programmatori informatici poco più che ventenni.

L’alba si accende tra le palme tropicali sulla strada per Mysore, 4 ore di autobus per entrare nell’antico regno degli Hoysala, il cuore dell’India del Sud. Qui l’aria è più fresca e le strade si fanno più strette. Dai villaggi spuntano piccole motorette dirette chissà dove, donne senza età in cammino per il tempio induista, e colazioni improvvisate con chutney (involtini di cocco),  crepes di farina di legumi e guava. Alle porte della città, si alzano improvvise due alte colline di pietra scura e 600 scalini scolpiti nella roccia si arrampicano verso l’alto.

A piedi nudi e con il respiro pesante si raggiunge il colosso di Bahubali: 17,5 metri di granito scolpito nel 983 d.C. a memoria del primo tirthankara (incarnazione divina) che qui raggiunse l’illuminazione. Dentro Mysore, invece, si staglia il palazzo reale, mix di architettura indosaracena con influenze gotiche che ospitava una corte internazionale e un maharaja dai gusti raffinati. Ogni anno, a settembre una festa riproduce i fasti del passato con elefanti, fuochi, musiche.

Ma ogni sera al tramonto, quando 100mila lampadine accese disegnano i contorni del palazzo e il muezzin annuncia la preghiera, il tempo si dilata e il respiro rallenta, la mente sprofonda tra gli alberi di mango e si prepara a ripartire per nuove scoperte.

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L'Autore

Gabriele Simmini
Gabriele Simmini

Redattore e giornalista de L'Agenzia di Viaggi Magazine.

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