Lo schema della Nuova Alitalia tra bad e newco

Lo schema della Nuova Alitalia tra bad e newco
18 Febbraio 09:14 2019 Stampa questo articolo

Il via libera dell’esecutivo gialloverde all’ingresso di Delta e easyJet nel capitale della nuova Alitalia non sarà in bianco. Intervenuto lo scorso weekend a Malta alla riunione della constituency regionale di Fmi e World Bank, il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha voluto mettere qualche paletto all’ok dato pochi giorni fa dal governo al salvataggio dell’ex vettore di bandiera.

Perché il Mef sia della partita devono esistere «due forti condizioni: che la nuova compagnia possa rispettare le regole di mercato e che tutto avvenga secondo le norme europee». Insomma, se la new company dovesse presentare una forte discontinuità con quella precedente, il tutto rispettando le direttive di Bruxelles, la disponibilità del governo resta confermata.

Piuttosto, nulla sembra essere stato ancora deciso sull’entità della partecipazione pubblica.  «Non sono state fatte cifre. Quindi se parliamo di 15%, non sappiamo neppure il 15% di cosa», ha aggiunto il ministro. In ogni caso, sottolinea corriere.it, la partecipazione del dicastero di via XX Settembre nel capitale del vettore avverrà a seguito di una conversione di parte del debito in equity, il tutto a prezzi di mercato.

Lo schema, insomma, è quello già visto in passato con una bad company e una good company. Alla Nuova Alitalia, che non si farà carico dei debiti dell’attuale società, fatta salva la parte residua del prestito-ponte del Tesoro una volta sottratta la quota convertita in azioni (in tutto si tratta di circa 1,5 miliardi di debiti che resteranno a carico dell’Alitalia in amministrazione straordinaria e saranno gestiti nella fase liquidatoria), finiranno gli asset dell’attuale compagnia compreso l’organico (probabilmente al netto dei lavoratori già in cig).

Per quanto riguarda la composizione del capitale (si vociferà sarà inizialmente di circa 1 miliardo di euro), se da più parti si dà per certo che il 60% della newco sarà di pertinenza pubblica (tra Mef e altre società statali, ma non Cdp che per bocca del suo direttore generale Fabrizio Palermo si è chiamata fuori dalla vicenda), resta da capire quale sarà la quota di Fs. Stando ai rumors, l’ad Gianfranco Battisti vorrebbe una partecipazione che non andasse oltre il 30% per non appesantire i conti di un Gruppo che si è già impegnato in a un investimento da 6 miliardi in 600 treni pendolari nei prossimi anni.

In attesa di verificare anche le voce sul futuro management (si dice che se l’amministratore delegato sarà italiano, il direttore generale sarà invece espressione degli americani di Delta), il prossimo incontro tra le parti si dovrebbe svolgere in settimana a Londra, dove saranno definiti i dettagli del piano industriale.

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Giorgio Maggi
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