La vera luna di miele da Tahiti a Bora Bora

31 ottobre 07:00 2018 Stampa questo articolo

Maururu significa grazie. E lo sentirai dire almeno cento volte prima di lasciare la Polinesia Francese, un sogno frammentato in 118 isole sparse su tutto l’Oceano Pacifico. Terra di gente buona, che sa solo sorridere e porta in alto con orgoglio la forza della propria tradizione, che ti conquista e allo stesso tempo ti ringrazia, con il suo mare capace di mostrare tutte le possibili tonalità di blu, la sua natura così perfetta e il profumo dei frutti tropicali, della vaniglia e del tiarè, quel fiore che come fosse una chiave ti apre le porte della cultura locale. Una volta atterrato a Papeete indossi la tipica collana floreale e, accompagnato dal ritmo dei tamburi e dalle danze dei ballerini in un grande maeva (“benvenuto”), ti dirigi verso il tuo resort.

La sveglia in Polinesia suona presto (se non la senti, ci pensa il jet lag a scaraventarti giù dal letto all’alba), e ogni mattina dietro la finestra del tuo overwater si nasconde una sorpresa diversa. A Tahiti è la sagoma tutta rifinita di Moorea a darti il buongiorno a una quarantina di chilometri di distanza in linea d’aria, regina di un panorama tutto colorato che ti catapulta in un dipinto di Paul Gauguin, che la Polinesia l’ha conosciuta bene. E sotto quei fondali incontaminati, di quella distesa infinta di mare che circonda l’isola, c’è la storia della perla di Tahiti, ricavata dall’ostrica pinctada margaritifera e senza dubbio sua maestà del posto. Tappa obbligata il Marché Municipal, il mercato centrale dove puoi trovare di tutto, compresi i tatuatori maori, vero simbolo della Polinesia e di una storia millenaria rimasta intatta nel tempo.

Da Tahiti, con un volo di 15 minuti arrivi a Moorea, vulcanica e selvaggia. Lì il primo saluto te lo danno i delfini, giganteschi tra le migliaia di piccoli pesci colorati, che giorno dopo giorno ti danno il loro iaorana (ciao) con tuffi e girandole pazzesche. Non solo canoa, moto d’acqua e happyour nel pool bar sorseggiando piñacolada, ma anche safari in jeep con Mario alla guida (un italiano trapiantato in Polinesia), tra la Magic Mountain, i campi di ananas, le scorpacciate di marmellata e il belvedere, dove si ammirano la baia di Cook e di Opunohu. «Sono qui da nove anni. È un posto che inevitabilmente ti conquista», ci racconta Mario.

Da Moorea, in 40 minuti si giunge a Bora Bora. A farla da padrone, le escursioni in barca verso i motu a due bracciate dalla barriera corallina, i banchetti in riva al mare a base di pesce e le immersioni con gli squaletti. Ma anche le partite a basket con John e i suoi amici, figli di una Bora Bora non troppo “fortunata”, sicuramente lontana dall’immaginario collettivo. E i giri in scooter sui 32 km di costa con il vento sparato in faccia, o le arrampicate sulle palme per raccogliere il cocco, spaccarlo con la tecnica che solo un padrone di casa come Bernard può avere e mangiarlo al tramonto stesi sulla sabbia bianca di Matira, in compagnia delle mante. Una Bora Bora autentica che ti coinvolge, quella che non vedi sui cataloghi dei tour operator, che non immagini quando sei ancora nelle prime due delle 22 ore e più di aereo che devi affrontare per arrivarci, che difficilmente scopre chi attraversa mezzo mondo e non si toglie il gusto di sedersi accanto a un pescatore su un pontile di Vaitape, che non vede l’ora di raccontare a uno “straniero” l’arte del suo mestiere. È questa la Bora Bora che ti resta dentro per sempre. E che per quei 12 giorni che sei lì, diventa anche casa tua.

L'Autore

Giulia Di Camillo
Giulia Di Camillo

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