Riscoperta dei nativi Usa: i pellerossa non fanno più paura

Riscoperta dei nativi Usa: i pellerossa non fanno più paura
07 Marzo 07:30 2017 Stampa questo articolo

Ha la faccia dei pellerossa la nuova frontiera del turismo esperienziale negli Usa. Ritenuto il segmento turistico più in crescita degli ultimi anni, con l’80% di incremento e oltre 80mila presenze solo per il mercato italiano nel 2015 (dati U.s. Commercial Service), si avvia a registrare numeri importanti anche nel 2016 e nell’anno corrente.

Basta dare un’occhiata alla struttura dell’offerta presentata allo Showcase Usa-Italy dall’Aianta, l’American Indian Alaska Native Tourism Association, associazione senza scopo di lucro che promuovere il turismo nelle terre degli indiani d’America,  per rendersene conto.

Oggi Aianta raggruppa le tribù di sei regioni (Eastern, Plains, Midwest, Southwest, Pacific e Alaska) con l’obiettivo di rappresentare le popolazioni e supportare il loro sviluppo nell’industria del travel, fornendogli assistenza tecnica e formativa, e contribuendo a scongiurare il pericolo di veder dissipato un epocale patrimonio di tradizioni e culture.

In questo modo percorrere la classica Route 66 nell’American Indians way diventa non solo un’alternativa originale e affascinante ma anche un’esperienza di turismo responsabile.

Proprio grazie alla neonata guida per la Route 66 c’imbattiamo in Camille Ferguson, direttore esecutivo di Aianta. «Siamo entusiasti di presentare questo strumento qui, allo Showcase Usa-Italy, così come il nostro nuovo sito, nativeamerica.travel Gli italiani stanno rispondendo bene alle proposte dei nostri itinerari e siamo sicuri che gli agenti e i t.o. che adotteranno la guida riusciranno a conquistare ancora maggiori adesioni».

La guida, che esiste in formato cartaceo e digitale, presenta una delle autostrade più famose del mondo sotto una luce completamente diversa: illustrando le destinazioni native più autentiche e le attività a loro connesse lungo il percorso che congiunge Chicago a Los Angeles.

Ma attenzione, l’offerta turistica delle comunità native non è schiava del cliché tenda e calumet della pace: l’esperienza si può profilare al massimo sul cliente e, all’occorrenza, riesce a presentare itinerari che prevedono camminate su sentieri impervi e mattinate fra le mandrie di bestiame ma anche serate in relax in un comodo 4 stelle.

«Ci sono 560 tribù native riconosciute negli Usa ognuna con una sua storia da raccontare: noi diamo voce a queste storie, un patrimonio che piace e vale – continua Ferguson – in meno di 10 anni infatti il numero dei turisti internazionali che hanno avuto esperienze di viaggio nelle comunità ha toccato 1,2 milioni, un aumento relativo al 64%. Al contempo aiutiamo le comunità a ottimizzare, oltre che a preservare quello che hanno. Nel parco nazionale del Grand Canyon, ad esempio, abbiamo supportato la trasformazione di un’antica torre passata da negozio di dozzinali souvenir a centro culturale dove poter ascoltare e imparare i dialetti delle tribù. Un centro, ora, molto frequentato».

Allo stesso modo è possibile ammirare gli artisti creare opere d’arte, e magari acquistarle, e la sera recarsi al Casinò, oppure prender parte a battute di pesca e caccia e subito dopo visitare un museo.

Le combinazioni sono infinite e tutte con un loro sapore particolare, proprio come le tradizioni di questi popoli che anche grazie a operazioni come quelle sponsorizzate da Aianta sembrano trovare un piccolo riscatto. Alla faccia di chi mira a ghettizzare e innalzare muri anche a casa sua.

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L'Autore

Valentina Neri
Valentina Neri

Giornalista

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