Genova di vicoli e macaia sulle note di Paolo Conte

26 febbraio 07:00 2019 Stampa questo articolo

Stretta e lunga come la lingua di terra che la ospita. Incastrata tra le montagne e il mare. Con i palazzi addossati, che sembrano sul punto di tuffarsi e la sopraelevata del 1965 – raccordo tra Levante e Ponente – a fare da ipotetico trampolino. È un sabato di febbraio e dicono che c’è ancora un po’ di macaia. Che si capisce dalla foschia, e che questa parola, tipicamente genovese, viene da “ammaccare”. È quel vento del nord che spazza tutto ma non qui, non a Genova, dove a volte si ferma, fa salire l’umidità e rende nervosi gli abitanti, che mugugnano più del solito. Ma poi passa, nel giro di qualche ora. E intanto per chi non è del posto e non lo sa c’è anche il sole, forse il primo a farsi beffe di questo inverno freddo.

Si sale e si scende a Genova, si entra e si esce dal cuore delle cose. Per capirla, raccontano i suoi abitanti, bisogna comprenderne la mancanza di spazio: c’è stato persino un tempo in cui ci si muoveva per la città con le portantine, unico mezzo di trasporto in grado di attraversare alcuni caruggi. Il tempo vola mentre ci si avventura da via Prè – da sempre quartiere di stranieri, oggi il 12% degli abitanti – a via del Campo, per continuare su via San Luca, piazza Banchi, e affacciarsi e rivedere il sole sul lungomare sotto i portici di Sottoripa.

Genova si vede bene solo dal mare, all’interno invece la si vive. E allora si rientra verso via Orefici, piazza Soziglia, via dei Macelli di Soziglia, per sbucare su piazza delle Fontane Marose e su via Garibaldi, ammirare l’eleganza dei palazzi dei Rolli, le tre dimore storiche di proprietà comunale della cinquecentesca Strada Nuova. Senza dimenticarsi piazza de Ferrari, il Teatro Carlo Felice, il Palazzo Ducale, e infine il Palazzo Reale quando si torna indietro, verso il Grand Hotel Savoia, a un passo dalla stazione Principe.

È un labirinto di clan, dove ognuno ha avuto la sua torre, tra statuti scritti per metà in genovese e per metà in bergamasco; è un mix di Medioevo, ‘700 e ‘800 che convivono e si appoggiano l’uno all’altro.

icona De Andrè GenovaNel mentre, ci sono iscrizioni sui portoni, icone sacre e laiche come quella che celebra Fabrizio De Andrè, botteghe artigiane, pasticcerie storiche, consigli su pesto e focaccia, street food con la farinata delle antiche friggitorie, San Giorgio che più che alla religione rimanda a un sistema economico. Perché questa da secoli è terra di mercanti, con poco spazio per infrastrutture e coltivazioni, che senza aristocrazia fondiaria si è votata subito al commercio. «A Genova una famiglia è una s.p.a. – racconta la guida Alessandro Ravera – Un insieme di persone con gli stessi interessi che si sposano tra loro. Sono azionisti». Nel 1400 l’economia passa da commerciale a finanziaria, arriva la prima banca moderna – la Cassa di San Giorgio – e cambia l’architettura: i magazzini non servono più; nel Cinquecento nascono i palazzi, i Rolli. Del resto la prima cosa che si vede arrivando dal mare è proprio una banca. Borghese e finanziaria da un lato, operaia dall’altro. Mondi inconciliabili di una terra contraddittoria, con la città vecchia che è insieme oasi e terra di nessuno, come nei versi del Faber.

Si sale tanto nella Genova verticale, fino alla spianata Castelletto con il suo ascensore Liberty. Lo sguardo va dai tetti in ardesia alle torri medievali, si spinge in lontananza verso il mare, tra navi moderne e memorie antiche.

E dalla città della Lanterna si fugge anche. Ci pensò già a metà del ‘400 il principe di Melfi Andrea Doria, che costruì il suo palazzo vicino alle navi per poter, all’occorrenza, scappare.

galeone Neptune GenovaRitorna il mare, dalla stazione marittima verso il Porto antico, zona riprogettata da Renzo Piano nel 1992. Nel mezzo, lungo la passeggiata, il Galata Museo del Mare: cinque piani di sorprese dedicati al rapporto secolare tra l’uomo e il blu. Ai suoi piedi, il sommergibile S518 Nazario Sauro, primo museo galleggiante italiano. Ancora avanti, sulla banchina, è ormeggiato il Galeone Neptune, che in realtà è un vascello perfettamente funzionante, costruito per il set del film Pirati di Roman Polanski. Basta alzare gli occhi dall’altra parte e c’è l’Acquario, famoso in tutto il mondo, custode della più ricca esposizione di biodiversità acquatica in Europa. Dopo un viaggio nelle profondità del mare, tra lamantini, coralli, pesci tropicali, meduse e gli imperdibili delfini, c’è ancora da guardarsi intorno all’aperto, incontrando il Bigo prima di puntare al molo vecchio.

Molto più lontano – ben oltre la Fiera – c’è Nervi, con la passeggiata Anita Garibaldi, la più romantica: due chilometri di ringhiera celeste a picco sulla scogliera, tra macchia mediterranea, stabilimenti balneari e gozzi di pescatori.

Acquario Genova“Genova more than this” è il brand di promozione turistica lanciato dal Comune, ed è il frutto di un lavoro corale a cui la città risponde con grande entusiasmo contraddicendo gli stereotipi.

“Ma quella faccia un po’così, quell’espressione un po’così che abbiamo noi mentre guardiamo Genova. E ogni volta l’annusiamo e circospetti ci muoviamo, un po’ randagi ci sentiamo noi”. Dice bene Paolo Conte, in Genova per noi, sull’effetto che fa. Ma una volta che un genovese apre le porte del cuore si capisce che è per sempre.

 

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Claudia Ceci
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