Caos imposta di soggiorno
senza registro né vincoli

Caos imposta di soggiorno <br>senza registro né vincoli
30 aprile 07:00 2019 Stampa questo articolo

Tra le grandi città che l’hanno introdotta quest’anno ci sono Sassari e Brescia. Mentre altri Comuni – come Catania, Napoli, Rimini, Salerno e Verona – ne hanno appena decretato l’incremento. L’imposta di soggiorno continua a crescere: più presente nel Paese e più sostanziosa nella spesa dei turisti. Stando ai numeri della fondazione dell’Anci per la finanza locale (Ifel), a marzo 2019 oltre 900 Comuni avevano istituito l’imposta, per un gettito totale che nel 2018 ha superato i 514 milioni di euro, con una crescita di circa 91 milioni rispetto al 2017.

A contribuire a questo aumento ci sono una serie di fattori. Da un lato le municipalità hanno sempre meno autonomia fiscale e l’imposta di soggiorno è uno dei pochi strumenti con cui fare cassa. Dall’altro, circa 4mila Comuni italiani sono chiamati a eleggere i nuovi amministratori tra maggio e giugno di quest’anno e fa loro gola la possibilità di rintracciare risorse tassando i turisti piuttosto che i propri cittadini-elettori.

«Di fronte a dei Comuni disastrati e con un’autonomia sempre più compressa, è più che normale che sia questa la tendenza – osserva Guido Castelli, presidente Ifel e sindaco uscente di Ascoli Piceno – Negli ultimi anni assistiamo a questa crescita dovuta a una combinazione di fattori per cui l’imposta è stata istituita da alcuni Comuni o aumentata da altri e anche i flussi turistici in generale sono cresciuti».

L’aumento c’è e si vede, ma sembra l’unica cosa davvero chiara in materia di imposta di soggiorno. Per esempio non esiste un registro ufficiale dei Comuni in cui è in vigore. I ricercatori di Banca d’Italia, nell’occasional paper dal titolo L’imposta di soggiorno nei comuni italiani di ottobre 2018, mettono la questione nero su bianco: “Ad oggi non esiste un elenco ufficiale dei Comuni italiani con imposta di soggiorno o sbarco”.

Anche i numeri non collimano. Per Istat l’imposta ammontava a 283 milioni di euro nel 2014 e 335 nel 2017. Per l’Ifel il gettito del 2017 era di 423 milioni e di oltre mezzo miliardo di euro l’anno successivo. Stessa confusione sul numero dei Comuni coinvolti. Lo studio di Banca d’Italia, ha calcolato che in tutto il Paese nel 2016 c’erano circa 6 mila Comuni che potevano istituire l’imposta (sui circa 8 mila esistenti in Italia). Di questi, 950 avevano attivato l’imposta nel 2016, ma sono 917 nel 2018 secondo l’Ifel. In entrambi i casi va detto che si tratta comunque del 12% del totale dei Comuni italiani e del 16% tra quelli che hanno facoltà di attivare lo strumento in questione.

Ma perché l’imposta di soggiorno fa così gola agli amministratori? Il nodo sta in un altro caos, stavolta normativo. Ad oggi infatti non ci sono vincoli concreti perché i ricavati dell’imposta siano reinvestiti solo in ambito turistico. O meglio, la legge lo dice, ma non è stata mai emanata una direttiva di attuazione e quindi capita che le maglie del “fine turistico” si allarghino. Per capirci, se un sindaco utilizza il gettito dell’imposta per rifare la strada che porta al museo cittadino, potrebbe essere un uso legittimo della risorsa finanziaria.

Un problema sollevato dallo stesso Gian Marco Centinaio, ministro delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del Turismo. «A mio avviso, la situazione va rivista completamente – ha dichiarato al nostro giornale il titolare del Mipaaft – Nello specifico, dobbiamo creare un ambito di riflessione assieme ai Comuni e alle Regioni, che abbia la finalità innanzitutto di riuscire a delimitare in maniera chiara “lo scopo”, rendendo la tassa parte di un circolo virtuoso di informazioni oltre che di finanze, occorre vincolarla obbligatoriamente alla promozione del territorio o alla valorizzazione dei beni artistici e culturali».

Tutti disponibili a sedersi al tavolo. Ma nel frattempo la mappa dell’imposta di soggiorno assomiglia a una coperta tarlata. In Valle d’Aosta il 78% dei comuni l’ha istituita, in Trentino Alto Adige e Toscana il 40%, in Veneto il 18%, nel Lazio il 5% e in Molise lo 0%. Una difformità che però secondo Banca d’Italia già nel 2016 copriva il 70% delle presenze nel Paese, concentrate da sempre nelle mete turistiche più note. Stando ai dati Ifel, nel 2018, le prime 10 città che riscuotono l’imposta (su quasi 1.000) raggiungono da sole oltre 271 milioni di euro, quindi più del 50% del totale. Coperta tarlata sì, ma comunque preziosa.

L'Autore

Rosita Fattore
Rosita Fattore

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