Alitalia, tutti i dubbi sul prestito ponte

Alitalia, tutti i dubbi sul prestito ponte
28 Agosto 10:07 2018 Stampa questo articolo

Nuova denuncia alla Commissione europea per Alitalia. Dopo il caso delle divise – un’analisi della commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, è ancora in corso per valutare, tra le altre cose, se la spesa sostenuta per le nuove uniformi sia compatibile con le norme in materia di salvataggio – adesso, a finire sotto la lente d’ingrandimento, è il prestito ponte da 900 milioni di euro, ricevuto dall’ex vettore di bandiera dallo Stato e di cui è prevista la restituzione per il prossimo 15 dicembre.

All’origine dell’interrogazione, presentata dall’eurodeputato catalano Ramon Tremosa (lo stesso che a fine maggio che aveva sollevato i dubbi sugli esborsi per le divise e che, solo pochi giorni fa, aveva chiesto se l’apertura di una nuova lounge a Fiumicino rispetti le regole sugli aiuti di Stato), il fatto che Alitalia non starebbe pagando gli interessi sul prestito, concesso come aiuto di Stato.

«Dalle diverse relazioni trimestrali pubblicate recentemente dai commissari e dai dati sui flussi di cassa presentati a inizio mese al Parlamento (italiano, ndr) risulta che la gestione commissariale non abbia sinora versato alcun interesse allo Stato per il prestito ponte pur essendo passati 16 mesi dall’erogazione della prima tranche», dice Tremosa.

«L’ipotesi più probabile – aggiunge – è che un pagamento dovesse avvenire a distanza di un anno dalla prima erogazione del prestito, dunque a metà maggio 2018. Tuttavia la relazione trimestrale aprile-giugno 2018 riporta solo i seguenti pagamenti a servizio del debito: 11 milioni per oneri di finanziamento e quote capitale su finanziamenti aeromobili; 6 milioni per leader finanziario su aeromobili di proprietà di terzi».

Tremosa ricorda che il tasso sul prestito ponte è del 10%, «dunque sono 90 milioni l’anno solo di interesse». L’eurodeputato chiede alla Commissione di confermare «se siano stati pagati gli interessi allo Stato» e se «non pagare gli interessi dovuti alla scadenza appare come un aiuto di Stato», tenuto conto che lo scorso 23 aprile la Commissione Ue, sollecitata dai ricorsi di diversi operatori europei concorrenti di Alitalia, ha aperto un’indagine approfondita per accertare se il prestito sia un aiuto di Stato e in tale caso se sia compatibile con il diritto comunitario.

Se la Commissione giudicherà il prestito un aiuto non conforme, ne chiederà l’immediata restituzione, interessi maturati compresi, generando notevoli problemi all’azienda e al governo. La sopravvivenza di Alitalia sarà allora inevitabilmente a rischio.

In attesa che la Commissione fornisca una risposta sul tema, sulla vicenda si era espresso qualche settimana fa anche Ugo Arrigo, docente dell’Università di Milano Bicocca, e più volte invitato a Montecitorio dai parlamentari Cinque Stelle delle Commissioni Trasporti, Attività produttive e Lavoro per parlare dell’ex compagnia di bandiera.

«Sul fatto che il prestito sia un aiuto di Stato vi sono ben pochi dubbi – scriveva l’economista all’inizio di giugno sul sito la voce.info – Quale operatore di mercato sarebbe stato disponibile a erogare, pur se al tasso di circa il 10%, 900 milioni a un’azienda dichiarata insolvente, con un patrimonio netto negativo, perdite annue superiori al 20% del fatturato e priva di qualsivoglia piano di ristrutturazione?».

Il problema è che, in quanto aiuto, non è conforme alle regole comunitarie. «In base a quelle regole, gli aiuti pubblici erogabili a un’azienda delle dimensioni di Alitalia rientrano in due sole tipologie, aiuti per il salvataggio e aiuti per la ristrutturazione», con precisi tempi da rispettare sia in termini di erogazione che di restituzione.

Conclusione: «Se a maggio 2017 (quando il governo ha erogato la prima tranche del prestito) l’esecutivo avesse voluto adempiere alle norme comunitarie, non avrebbe potuto erogarlo, avendo accettato la richiesta di amministrazione straordinaria senza esigere il deposito del bilancio 2016. L’ultimo bilancio noto, quello del 2015, non permetteva alcun prestito, perché la situazione finanziaria della compagnia non si era ancora deteriorata», spiegava Arrigo.

E ancora: i sei mesi di validità del prestito di salvataggio avrebbero dovuto essere utilizzati per l’elaborazione di un piano di ristrutturazione realistico, coerente e di ampia portata che ripristini la redditività a lungo termine del beneficiario, al fine di poter giustificare un successivo e più ampio finanziamento pubblico per la ristrutturazione. Ma il piano non è arrivato, né entro i sei mesi, né dopo.

Senza contare che, stando sempre alle norme comunitarie, l’importo massimo erogabile per un prestito di questo tipo sarebbe stato pari solo al 23% dei 900 milioni effettivamente erogati. Risultato: «Un prestito di 900 milioni, che si protrae senza l’elaborazione di alcun piano di ristrutturazione per oltre un anno e mezzo – invece di uno da 210 milioni per soli sei mesi – rappresenti un aiuto di Stato incompatibile, del quale la Commissione Ue chiederà la restituzione», conclude Arrigo.

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Giorgio Maggi
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