Alitalia, c’e l’offerta Fs. In pista anche Delta ed easyJet

Alitalia, c’e l’offerta Fs. In pista anche Delta ed easyJet
31 ottobre 19:17 2018 Stampa questo articolo

Nella partita per il salvataggio di Alitalia non c’è solo Fs. Tra le offerte vincolanti arrivate sul tavolo dei tre commissari, oltre a quella di Ferrovie dello Stato che ha deliberato l’acquisto del 100% di Alitalia (si parla di una cifra contenuta, inferiore ai 100 milioni di euro, per rilevare i rami d’azienda delle società Alitalia e Alitalia Cityliner), c’è anche quella della low cost inglese easyJet, che punta a “una Alitalia ristrutturata” all’interno del piano di investimenti sul mercato italiano già esistente. Da Delta, invece, sarebbe arrivata una manifestazione d’interesse.

Da parte sua, la società ferroviaria guidata da Gianfranco Battisti nella sua proposta ha però posto una serie di paletti non di poco conto. A cominciare dalla presenza di un partner industriale che operi già nel settore del trasporto aereo, il quale dovrebbe arrivare a detenere, insieme ad altre società pubbliche, una quota del capitale della nuova Alitalia compresa tra il 51% e il 60%. L’obiettivo, da parte del Gruppo del trasporto ferroviario, sarebbe quello di non mantenere il 100% del capitale della newco, evitando così qualsiasi bocciatura da parte dell’Antitrust o richiami da Bruxelles per eventuali aiuti di Stato.

Tutte da pensare, inoltre, sarebbero anche le sinergie possibili con il nuovo vettore nazionale, da costruire all’interno di un polo infrastrutturale in cui un ruolo di primo piano dovrebbe averlo anche il trasporto locale. Per questo motivo, lo stesso Battisti sarebbe più che propenso a chiedere adesso (almeno) tre mesi di tempo per valutare il dossier Alitalia, con la concreta possibilità che i tempi si dilatino ulteriormente per approfondire ogni aspetto di in un progetto che, nelle intenzioni anche del ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, dovrebbe dare vita al primo sistema integrato di trasporto aereo-gomma-treno nel mondo.

Il problema, però, che al momento tutti i potenziali investitori si sono sfilati. Per bocca del suo numero uno Carsten Spohr, dalla corsa non si è chiamata fuori solo Lufthansa («Siamo pronti a investire su compagnia, ma non in partnership con il governo italiano», ha detto il ceo del gruppo tedesco), ma anche Cdp (l’ipotesi sul tavolo del governo è che la Cassa possa intervenire solo per far fronte ai 2-3 miliardi necessari al rinnovo della flotta), Leonardo (che “non ha e non prevede di avere alcun ruolo” nel salvataggio della compagnia aerea) e di Eni, che ha ribadito come “l’ipotesi di un nostro ingresso nella compagnia è priva di fondamento”.

Ancora tutta da definire la questione relativa ai partner industriali. A parte easyJet interessata solo a corto e medio raggio, sul fronte Delta continuano a regnare i no comment, anche se sono molte le voci che vogliono uno dei commissari, Luigi Gubitosi, in buoni rapporti con il management. E lo stesso vettore statunitense interessato ad aumentare la propria presenza in una compagnia come Alitalia (la partecipazione, per rispettare le regole comunitarie, non potrebbe comunque essere superiore al 50%) nell’ambito della joint venture transatlantiche che vede insieme, oltre alla stessa Delta, il vettore della Magliana e il Gruppo Air France-Klm.

Insomma, se è difficile prevedere cosa accadrà a questo punto, per l’esecutivo gialloverde l’arrivo dell’offerta di Fs è stato solo il primo passo di una strategia più di medio periodo. «Non voglio salvare Alitalia, voglio rilanciarla», ha detto Di Maio, ribadendo la sua fiducia nella possibilità di trovare partner industriali da affiancare a Ferrovie dello Stato. Intanto però, l’unica certezza è che la compagnia continua a perdere terreno tanto che, nonostante il lavoro dei commissari, le stime parlano di un 2018 che per l’ex vettore di bandiera si chiuderà con una perdita vicina ai 450-500 milioni. Sullo sfondo rimane poi la questione della restituzione entro il 15 dicembre del prestito ponte da 900 milioni di euro (a cui si aggiungono cento milioni di interessi), sul cui capo pende sempre l’accusa da parte di Bruxelles di essere considerato come aiuto di Stato.

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Giorgio Maggi
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