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Giornale del 21 Gennaio 2013

Pecoraro: «Albergatori italiani tra banche e immobiliaristi»

OSPITALITA'

21-01-2013 NUMERO: Giornale Online

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Walter PecoraroLo scenario è fin troppo chiaro: l’hôtellerie italiana, sebbene ben distribuita sul territorio con oltre 33mila strutture, si presenta con un 50% di albergatori che sono proprietari delle mura dei propri hotel e l’altro 50% che paga salatissimi canoni d’affitto. In altre parole, visti i tempi di crisi, buona parte degli imprenditori alberghieri o sono in balìa del sistema bancario o sono tenuti “sotto schiaffo” dai proprietari degli immobili. Non se ne esce o, quando è possibile, se ne esce con le ossa rotte.

 

Questa l’analisi molto lucida di Walter Pecoraro, presidente di Federalberghi Lazio, che proprio allo scadere del 2012 ha ceduto una delle sue strutture, Courtyard Marriott Fiumicino Hotel, chiudendo così un capitolo che era stato aperto con grande entusiasmo otto anni fa. Ora è presente sulla Capitale con il Cosmopolita Hotel 4 stelle, di proprietà, e a Milano con il Double Tree by Hilton. Un passo doloroso ma necessario, dettato dall’impossibilità di praticare alternative.

 

«La mia esperienza imprenditoriale è simile a quella di altri colleghi che quotidianamente si trovano a fronteggiare, vuoi sul versante bancario, vuoi su quello immobiliare, un estenuante braccio di ferro. L’esosità dei proprietari di immobili, che hanno continuato a far lievitare le loro pretese d’affitto, e la totale chiusura al credito da parte delle banche, sono due fenomeni paralleli che, ciascuno nel proprio campo d’azione, stanno letteralmente soffocando una parte significativa dell’hôtellerie italiana».

 

Quindi condivide l’analisi della Boston Consulting che nel Piano Strategico per il Turismo, commissionato dal ministro Gnudi, sentenzia che una parte della ricettività italiana è composta da alberghi piccoli, brutti e vecchi? E che quindi va incentivata la rottamazione?

«Confermo la presenza sul mercato di alberghi che non reggono la concorrenza perché non si sono rinnovati, ma nessuno al Governo ha affrontato seriamente il nocciolo del problema: gli investimenti per un restyling o una radicale ristrutturazione sono fattibili solo se si creano i presupposti per indurre l’imprenditore a compiere quegli investimenti. Mantenendo alti i costi di gestione, il costo del lavoro, chiudendo i rubinetti del credito e senza calmierare le pretese degli immobiliaristi, ben poco si può fare per riqualificare le strutture».

 


Ma non crede che il deficit ricettivo sia un falso problema, almeno in termini numerici?

«Assolutamente sì, nel senso che l’Italia dispone di uno dei più ampi e articolati patrimoni ricettivo-alberghieri. In altre parole non si avverte tutta questa necessità di nuove strutture. Purtroppo c’è un nodo che è quello della riqualificazione, che molti miei colleghi vorrebbe attuare ma non possono farlo se le banche chiudono gli sportelli in faccia o se i proprietari degli immobili continuano a far lievitare i livelli degli affitti. In più di un caso si è in un vicolo cieco. E pensare che la forza del turismo incoming del nostro Paese è data proprio dalla tipologìa di alberghi a dimensione, con un’accentuata ospitalità tutta italiana. Compromettere tutto questo significa affossare il settore e di conseguenza gettare al vento le chance di ripresa».

 

www.lazio.federalberghi.it

Andrea Lovelock
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