Dieci città “straniere” da visitare in Italia

Dieci città “straniere” da visitare in Italia
10 agosto 07:00 2017 Stampa questo articolo

Dal Trentino alla Sicilia, il motore di ricerca Skyscanner ha scovato 10 città italiane che ricordano posti fuori dai confini nostrani. Dalle isole linguistiche greche alle comunità germaniche, passando per un quartiere turco sulle Alpi, un borgo dove si indossa il kilt e un giardino artistico che ricorda il Parco Güell di Barcellona, ecco 10 destinazioni per un viaggio sulla scia di culture diverse senza dover lasciare l’Italia.

Gressoney-Saint-Jean (Valle d’Aosta). Comune ai piedi del Monte Rosa, noto per essere la più importante isola linguistica tedesca appartenente alla Comunità Walser. È una comunità caratterizzata da un particolare dialetto alemanno: il Greschòneytitsch. Le antiche e tipiche abitazioni dei Walser, gli stadel, sono costruzioni rurali con i loro tetti spioventi in pietra e gli interni caldi in legno.

Tarvisio (Friuli Venezia Giulia). Qui, dal Nord d’Europa scendono i Krampus, i terrificanti diavoli dell’ex Impero Austro-Ungarico. Il 5 dicembre queste figure demoniache, dai denti aguzzi, lunghi peli e pesanti campanacci, accompagnano da secoli Sinterklaas, San Nicola, per le vie di Tarvisio per cercare e punire i ragazzini che si sono comportati male durante l’anno.

Moena (Trentino Alto Adige). Borgo alpino della Val di Fassa in Trentino dove si festeggia alla turca. Leggenda vuole che un soldato dell’esercito ottomano fuggendo dopo la sconfitta di Vienna del 1663 trovasse ospitalità tra le case della “fata delle Dolomiti”, decidendo di non andarsene più. Questa storia tocca il reale tra i vicoli di uno dei quartieri più pittoreschi del paese, il Rione Turchia appunto, dove si trovano la fontana pubblica sormontata dall’immagine del Turco di Moena con tanto di barba e turbante, ma anche affreschi cittadini raffiguranti sultani, mogli, servi e palme. Ogni anno poi in agosto si tiene la Festa di Turchia che accoglie i visitatori con leccornie trentine, odalische e il miglior kebab che si possa provare in Italia.

Gurro (Piemonte). Un piccolo mondo antico in provincia di Verbania dove si indossa il kilt, si suona la cornamusa e si beve il whisky. Questo è Gurro, un borgo alpino di 200 anime della Valle Cannobina in Piemonte, dove può capitare di vedere gli abitanti, in particolare le donne, portare con stile il tradizionale gonnellino a pieghe scozzese. Il legame con la Scozia risale alla Battaglia di Pavia (1525), quando alcuni soldati mercenari scozzesi sulla strada del ritorno verso casa giunsero a Gurro e decisero di stabilirsi qui.

Pescia Fiorentina (Toscana). Come a Barcellona, in quel della Maremma mosaici colorati, ceramiche sfavillanti, statue opulente, giochi d’acqua e prospettive audaci. Non è il Parco Güell di Barcellona, ma un piccolo giardino italiano che gli assomiglia. Siamo in Toscana, in provincia di Grosseto, in località Garavicchio, nel Giardino dei Tarocchi, il parco opera dell’artista franco-statunitense Niki de Saint Phalle.

Roma (Lazio). La storia di Roma è strettamente intrecciata a quella di Israele. Nel cuore della capitale, in Via Portico d’Ottavia, si trova un quartiere tutto stelle di David, il ghetto ebraico, uno dei più antichi del mondo. Un posto a due passi da Piazza Venezia e dal Lungotevere de’ Cenci che fa sentire come in un’altra città, in una Roma all’ombra del Tempio Maggiore, la Sinagoga per i romani. Un’atmosfera unica, dove sentire il dialetto degli ebrei romani parlato dalla metà del Cinquecento.

Bova (Calabria). Nell’estremo sud del versante ionico della regione si apre un territorio dove ancora oggi vivono quelli che possono essere considerati come gli ultimi elleni del nostro Paese: in questo fazzoletto d’Italia a due passi da Reggio Calabria, dove i Greci decisero di piantare la loro bandiera per poi doversi rifugiare sulle montagne per colpa dei successivi invasori, si trovano Bova, Pentedattilo, Roghudi, Bagaladi e Palizzi, che insieme costituiscono l’area grecanica di Calabria.
Ma se Roghudi e Pentedattilo sono oggi abbandonati, Bova resiste ancora dai sui mille metri d’altezza, rinata dai fondi dell’Unione Europea e da un turismo che si è accorto della sua grande bellezza. Unica come la sua lingua grika, greco antico misto al calabrese, parlato ancora oggi.

San Marzano di San Giuseppe (Puglia). Un pezzo di Albania nel Tacco d’Italia l’Arberia è quell’area geografica del Sud dove si trova la minoranza etnico-linguistica albanese d’Italia. Non è omogenea e si estende in diverse regioni italiane come la Calabria, per la maggior parte nella provincia di Cosenza, e la Puglia, che vanta il comune arbereshe più grande: San Marzano di San Giuseppe. Il suo forte legame con lo stato della penisola dei Balcani, infatti, risale all’epoca del condottiero albanese Skanderbeg, quando alcuni esuli albanesi in fuga per via dell’invasione turca scelsero la Murgia Tarantina come loro seconda casa.

Messina (Sicilia). Qui, dove le targhe toponomastiche sono bilingue (come Largo dei Greci, in zona Falcata), si parla ancora il greco, o meglio il neogreco, con le sue filastrocche e i proverbi ancora citati dagli anziani del posto.

Alghero (Sardegna). La Catalogna d’Italia ha un suo particolare dialetto, l’algherese, preso in prestito dalla Penisola iberica. Questa città in provincia di Sassari non è conosciuta soltanto per le spiagge paradisiache e il centro storico ma anche per essere la capitale catalana d’Italia: viene soprannominata la Barceloneta, o Piccola Barcellona d’Italia. La città ha conservato il catalano, e il 20% degli abitanti lo parla, nella variante sarda. La diffusione linguistica del catalano in Sardegna risale al XIV secolo, al tempo della dominazione spagnola.

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